lunedì 02 febbraio 2026
Automotive, il 2026 l'anno della verità per l'industria europea
Il bollettino quotidiano dell'automotive dipinge un quadro crudo: un mercato globale a due velocità, dove la Cina non solo detta il ritmo, ma riscrive le regole. Pechino investe miliardi su un'infrastruttura EV capillare e ultra-rapida, spingendo la tecnologia V2G e annunciando batterie a stato solido che promettono di raddoppiare autonomia e sicurezza. Un ecosistema completo, dalla produzione ai servizi robotaxi con BYD, che avanza con la ferocia di un predatore. Nel frattempo, Chery sbarca in Italia, non per un'incursione, ma per "essere Italia", portando un'offerta ibrida e versatile che minaccia direttamente i marchi storici. In questo scenario, l'Europa è un gigante incerto. Mentre BMW accelera sull'elettrico e Jaguar si reinventa in chiave EV di lusso, il fronte politico-industriale (Italia, Germania, ANFIA) chiede a Bruxelles "neutralità tecnologica". Un'illusione pericolosa. Il tentativo di salvare i motori termici con i biocarburanti, per quanto pragmatico per la filiera attuale, rischia di distrarre da un'accelerazione tecnologica che altri hanno già compiuto. La California, nonostante le spinte federali opposte, prosegue la sua corsa green, blindando incentivi e normative. È il campo di battaglia della mobilità futura. Non si tratta più solo di vendere auto, ma di possedere l'intera catena del valore: dalla batteria all'infrastruttura, dalla produzione al servizio. L'Italia, con Stellantis che promette rilanci dal 2026 e investimenti su un motore termico Euro 7, mostra una reazione, ma è sufficiente? Siamo al bivio: o l'Europa trova una visione coesa e investe con la stessa audacia di Pechino, o il futuro della mobilità verrà scritto altrove, lasciandoci a rincorrere un treno già partito. Lo scenario probabile è un'Europa che, tra distinguo e resistenze, si ritrova con una quota di mercato NEV sempre più erosa e una dipendenza tecnologica crescente dall'Oriente, costretta a rincorrere standard e innovazioni altrui.